Ma la Cina è “la nuova Enron” o un vero tesoro?
Tremonti alle prese con il Dragone, tra attestati di stima e dubbi epocali
Tremonti ha parlato davanti all’ambasciatore cinese, Yuxi Sun, e a un parterre di imprenditori che da tempo hanno scommesso sulla Cina, come il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, e prof che da tempo la studiano, come Paolo Savona, soprattutto per gli squilibri valutari provocati dalla sottovalutazione della moneta cinese. Se non vogliamo definirlo un chiodo fisso, diciamo che per Tremonti la Cina è una sorvegliata speciale.
14 AGO 20

Per parlare tremontianamente, la paura alla speranza. Andando in ordine cronologico inverso, troviamo un Tremonti intervenire il 19 novembre scorso alla scuola del Partito comunista cinese, invitato dal vicerettore dell’ateneo, Ling Jingtian. Un atto di accusa contro il capitalismo di Wall Street, responsabile della crisi, e una messa in guardia rispetto a una delle ultime trasmutazioni della crisi: “Quando abbiamo concesso aiuti pubblici alle banche, l’idea era che esse trasferissero la liquidità alle imprese. E invece una parte enorme di questo denaro è rimasto dentro le stesse banche, che oggi con quei soldi stanno facendo profitti contraendo prestiti all’1 per cento e reinvestendo in strumenti finanziari che fruttano il 5 o il 6”. Nulla di tutto questo è avvenuto nel paese del dragone. Infatti la banca centrale martedì ha aumentato di mezzo punto la riserva obbligatoria (il denaro che gli istituti di credito devono tenere inattivo) per evitare che il credito facile crei una nuova bolla. Rischio evidenziato ieri sul New York Times da Thomas Friedman: “La Cina è la nuova Enron?”, s’è chiesto il columnist vincitore di vari premi Pulitzer.
Due mesi fa il ministro espresse ai dirigenti di Pechino “l’ammirazione dei governi occidentali per il modo in cui avete gestito la crisi globale, come tempi veloci e come articolazione del programma, tra investimenti pubblici e sostegno alla domanda privata”. Il tutto accompagnato da un invito a Cao Xiqing, direttore generale della Cic, la China Investment Corporation, il fondo sovrano dotato di 200 miliardi di dollari, a investire in Italia. Una sensibile virata per l’autore de “La paura e la speranza”, il saggio del marzo 2008 anti-globalizzazione e mercatismo selvaggi, centrato sull’analisi dell’espansionismo economico cinese? Il ministro-saggista rimarcava l’errore – attribuito in primo luogo a Romano Prodi e Renato Ruggiero – di aver spalancato alle Cina le porte del World Trade Organization “gratis, senza porre nessun paletto, non dico un dazio, ma neppure l’obbligo a rispettare standard ambientali”. E che nel 2006 ripeteva: “La Cina ci sta mangiando vivi”. Previsione peraltro azzeccata.
Metamorfosi, si disse allora, del Tremonti globalizzatore e fautore della famosa finanza creativa: due etichette che l’interessato ha sempre respinto. Casomai, riferisce chi conosce il ministro da decenni, Tremonti aveva avuto qualche simpatia per Mao e i suoi era stato in gioventù, da socialista eccentrico e antisovietico, più estroso dei Reviglio-boys. Ora, giura chi lavora con lui, non ha cambiato idea sul “pericolo giallo”. Ma invidia l’unicum di quella che si avvia a diventare la prima potenza mondiale: il dominio della politica su un’economia libera di fare ciò che vuole in tutto il mondo, ma non in patria. Dove i governanti non subiscono la fascinazione di un Obama, al quale intimano anzi di rimettere ordine nel bilancio pubblico, visto che la gran parte dei bond americani sono in mano loro. Un paese, soprattutto, dove i banchieri obbediscono ai ministri. Cioè alla politica. Lo ha ribadito ieri Tremonti: il mondo della globalizzazione cerca un nuovo equilibrio, e questo equilibrio, seppur difficile da trovare, non può che essere “politico”, anche sul cambio e sui commerci, perché – sotiene il ministro – la tecnica, cioè i trattati, e il mercato, cioè l’illusione dell’autoregolamentazione dell’economia, non bastano: come dire Bretton Woods non può tornare, la politica magari.